Caro Visitatore, questa, come dice il titolo, è la mia biografia.
Ci sarebbe poco da dire sulla mia vita: ma ciò che intendo in questo
caso per biografia non è la mia vita, ma il mio pensiero rispetto a ciò
che ho vissuto e che vivo. Una riflessione sulle cose che mi
circondano, un giudizio sui fatti e sugli avvenimenti passati e no… Di
me stesso cosa dire? Che ho iniziato a scrivere giovanissimo.
Frequentavo le scuole superiori. Erano i famigerati anni
Settanta. Da quel tempo difficile io giungo, pagandone il dazio
letterario: i miei lavori partono da quel periodo. O vi arrivano.
Oppure lo percorrono per un tratto. Si scrive ciò che si ha
dentro. Solo di recente ho deciso di pubblicare i miei scritti.
Narrativa più che altro.
Dei lavori pubblicati si parla nel link "I libri" di questo sito.
Detto questo, credo che esprimere attraverso la scrittura il proprio
pensiero sul Mondo e sulla Società sia il compito primario di chi
scrive. Scrittori, cineasti, giornalisti sono la Speranza per un Mondo
che possa salvarsi. Che contrasti la deriva edonista e qualunquista di
cui oggi il consorzio umano è afflitto. Ciò può realizzarsi. Ma solo a
patto che l’artista si guardi bene dall’essere fagocitato dalle
lusinghe del mondo che descrive. La tentazione è immensa, spropositata
rispetto a ciò che si prospetta per chi vi rinuncia: l’oblio, il
rifiuto, il disinteresse. Solo il tempo potrà – forse- rendere
giustizia a chi ha il coraggio della Verità..
Siamo nell’era delle ‘visioni’. Si crede solo a ciò che si vede. E
questo avrebbe in sè una logica, se ciò che si vede non fosse appunto
per la maggior parte dei casi solo ‘Visione’…
Si deve essere telegenici, ‘bucare’ lo schermo’, avere un’ottima
immagine. Oggi i politici hanno lo ‘staff’ che prepara la loro immagine
visiva e visibili: la verità è un simulacro. Oggi è facile cedere
alle lusinghe dei simulatori di verità. I politici, gli intellettuali,
gli artisti: pochi resistono. Pochi hanno resistito: giornalisti e
sindacalisti uccisi, scrittori sgraditi, scomodi, isolati e ignorati.
Cineasti oscurati perché impietosi nel denunciare violenze e
ingiustizie, sopraffazioni e malaffare, incongruenze e distorsioni.
L’Arte, tra le sue finalità, ha quella di smuovere le coscienze. Di
provocare allarme, indignazione, riprovazione. L’Arte ha il compito
sacro della Verità. Le vie e le modalità sono molteplici, è ovvio. Il
Fine è unico, il cambiamento, il miglioramento della società, l’anelito
all’’umano’: fu questo il senso dell’Umanesimo, nel ‘400. Da tempo il
processo è inverso. I Valori umanistici sono dimenticati, talvolta
irrisi. Economia. Finanza. Ricchezza. Potere. Ovverosia la
Quadrilogia del disumanesimo.
Caro visitatore, come avrai a questo punto compreso, la mia ‘biografia’
è nient’altro che la mia riflessione sul mondo. E di conseguenza
è ciò che cerco di scrivere. Credo non sia importante come si scrive,
ovverosia lo stile: anche il periodare elegante, raffinato è spesso un
simulacro, una ‘visione’, un sofisma che nasconde spesso il
Vuoto.
Oggi trovo che spesso si scrive e si descrive il Vuoto. Eppure gli
argomenti ci sono. Ma gli editori cercano il Vuoto. Perché il lettore
plasmato dalla modernità vuole il Vuoto. Il lettore, per poter essere
tale vuole il Vuoto. Un ricatto a cui l’Editore è costretto a cedere
per poter vendere libri.
E l’Editore, spesso, è colui che ha ceduto alle lusinghe, che ha
rinunciato, che ha accettato la sconfitta… e i critici letterari hanno
rinunciato a mettere in evidenza scritti che smuovono le coscienze, che
scongiurino il prevalere della disumanesimo sull’umanesimo. La potenza
economica delle ‘grandi’ case editrici impongono modelli, scrittori,
argomenti. I critici scrivono per loro, per le grandi potenze delle
comunicazione. Rifiutano aprioristicamente di riconoscere chi non ha
mezzi, ma solo idee…
Caro Visitatore, se questo tipo di problematica che ti prospetto
non è nei tuoi interessi ti consiglio di non leggere la mia
‘biografia’.
Ti risulterebbe lunga e noiosa.
Se invece ti accingi a leggerla significa che apprezzi chi ancora
riesce a indignarsi per un’ingiustizia, per un sopruso, per una verità
nascosta. Se riuscirai a leggerla fino in fondo vuol dire che anche tu
come me, temi la superficialità, il qualunquismo, il pressappochismo,
la mancanza di Ideali Veri di cui oggi è priva la Società Civile.
E in te, come in me, vi è la paura per una Umanità che sembra
abbia rinunciato al Progresso umano per abbracciare il Dio tecnologico
che porta all’arido sviluppo economico, e che ha come destino
inevitabile la catastrofe ecologica che è già in atto…
Una umanità che si abbandona, vinta, alle ‘verità’ di pochi potenti
privi di coscienza. Che ha rinunciato alla Riflessione, alla ricerca
sacra del Senso della Vita, abbagliata dalla rincorsa ossessionante
alla Quadrilogia del disumanesimo.
I miei documenti dicono che sono nato a Atessa, una cittadina di
diecimila abitanti. Ma abito da sempre a Colledimezzo, un grumo
di case posate su una collina il cui crinale, che guarda il lago
artificiale del fiume Sangro, è scosceso e devastato da una vecchia
frana, tutt’ora visibile.
Seicento anime (per coloro che credono
nell’anima), una di quelle minuscole comunità che vanno
scomparendo e di cui sono costellati i monti abruzzesi.
Costellati: di notte i villaggi dell’Alto Sangro sono stelle che pulsano nell’oscurità delle montagne abruzzesi.
Atessa è un grosso borgo che tempo fa poteva essere definito
‘rurale’. Il suo nucleo storico si adagia su una collina oblunga
che domina la bassa valle del fiume Sangro, quella valle che prima
degli insediamenti industriali era chiamata con notevole senso dell’
autocommiserazione ‘Valle della Morte’…. Un paradosso, considerato che
oggi questa valle, quasi interamente in territorio atessano, vanta, si
fa per dire, il 4 per cento in più di decessi per tumore, rispetto alla
media di altre zone industriali in Italia. Ma nessuno la chiama più
‘Valle della morte’. Anzi tutti i politici, come sempre, si regalano la
paternità di questa nostra laboriosa zona industriale. Non
più Valle della Morte, quindi. Forse perché oggi la valle sembra viva.
Automobili e autobus percorrono le larghe strade che s’intersecano
intorno alle fabbriche spuntate dappertutto. Le fabbriche: grossi
scatoloni di cemento prefabbricato che hanno ingoiato i frutteti e i
campi di grano di cui era ricca la ‘Valle della Morte’. Le fabbriche:
balene che ingoiano migliaia di pinocchio e di geppetto in un pasto dal
ritmo cadenzato: ogni otto ore ingoia e risputa quelli che ha ingoiato
otto ore prima. Alla mattina. Nel pomeriggio. E alla sera.
Tre pasti al giorno. Come esseri gli esseri umani. O parte degli umani.
Perché l’altra parte dell’umanità, la più numerosa, non considera
neppure la possibilità di tre pasti al giorno…
E’ naturale che
quasi nessuno pensa agli scarichi velenosi che hanno inquinato il
Sangro, una volta rigurgitante di trote, di tinche e di anguille. I
centri di smaltimento rifiuti digeriscono veleni e persino materiale
altamente pericoloso. Hanno ammorbato l’aria che una volta, tanto tempo
fa, profumava dei tigli che bordeggiavano la statale, quella che
partiva dalle sabbie dell’Adriatico per terminare sulla Casilina che
porta a Roma e a Napoli. La vecchia Statale- ora provinciale -
traversava l’Appennino abruzzese e molisano salendo verso Castel
di Sangro, e balzando giù all’improvviso lungo la ripida dorsale del
Macerone verso Venafro e quindi la Campania. Il percorso a
ritroso è la leggendaria salita del Macerone, spauracchio per quel
corridore che ai tempi in cui il Giro d’Italia passava di qui, non era
uno scalatore. Solo Vito Taccone sapeva come attaccare il
Macerone. E il Macerone sapeva che solo il Camoscio
d’Abruzzo poteva irretirla.
Nessuno chiama più la Val di Sangro ‘Valle della Morte’. Nessuno.
Forse per paura, forse perché porta male, o perché sarebbe un
danno all’immagine, che oggi conta più di tutto. Conta più della vita
stessa. Dicono che ora la Val di Sangro sia il giardino dell’Eden. Un
paradosso, ora che non ci sono quasi più i frutteti, le trote e il
profumo dei tigli. Lo dicono perché ora la Val di Sangro è una valle
‘ricca’. Anzi, un ‘cuore’, il cuore pulsante della produzione
industriale di tutto il centro Italia. Sono più o meno le parole del
top manager della Fiat, Marchionne - abruzzese lui pure -
in occasione dell’inaugurazione del nuovo furgone Ducato, veicolo
simbolo della potenza industriale della Fiat, il solo prodotto che
abbia resistito, anzi tenuto a galla – si dice- la Fiat Auto.
Marchionne ha ragione. La Sevel, la grande fabbrica che produce da
venticinque anni il furgone Ducato, è un potente realtà. Seimila
dipendenti e altri mille più o meno impiegati nell’indotto. Una
potenza. Un potere. Tra gli altri quello di aver cambiato il modo di
vivere della gente che abitava la Valle del Sangro, che con
notevole senso dell’autocommiserazione chiamavamo ‘Valle della Morte’.
Ora invece è “il cuore pulsante dell’Abruzzo” ora che i morti di
tumore sono in continua escalation, ora che qui si muore il 4% in più
rispetto alle zone industriali di Milano e di Torino. Un cuore
pulsante - che spesso ferma i cuori veri, quelli degli uomini- e’
un florido agglomerato industriale e commerciale, un via vai di autobus
e auto private. E bar, negozi, ristoranti. E ovviamente loro:
le banche. Che crescono come funghi. Dappertutto. Solo la
Carichieti ha due filiali nel raggio di sei chilometri. Le banche
vanno dove c’e’ la ricchezza. Fiutano l’osso, anzi la polpa. E
l’addentano.
Ricchezza, dunque. E insoddisfazione. Un
binomio che non sorprende, ma che sempre più spesso rotola giù per la
pericolosa china della depressione. Gocce di valium a irrorare
esistenze ingoiate dal lavoro a turni. Gocce di Valium a diluire ansie
da invidia. A uccidere rospi ingoiati e troppo grossi da poter
sputare: senso di impotenza o di fallimento. E peggio
ancora, di inutilità. Nonostante la ricchezza, l’abbondanza, la
possibilità economica… Anche i ricchi piangono, è il titolo di una
pessima soap opera televisiva.
Ma a volte non possono neppure permetterselo, di piangere, i nuovi ricchi. Non possono. Verrebbe a ledere la loro immagine di ricchi e felici.
Ostentare felicità è altrettanto importante che ostentare ricchezza: la
corsa all’accumulo, al posto al sole. Il sogno americano: una
casa, anzi due. Automobili, vacanze, il cellulare ultimo tipo, il
computer più potente, la televisione più tecnologica. E i ricevimenti
più ‘grassi’, siano essi matrimoni, comunioni o cresime, ormai non più
riti religiosi, ma volgare sfoggio. Materialismo. O edonismo, come lo
chiamano ora. Persino la morte è occasione di sfoggio, di mania di
grandezza, di immortalità
. Veri o propri mausolei sono stati costruiti nel cimitero di alcuni
centri della Valle. Come i faraoni e i grandi uomini della civiltà
umana, questi nuovi ricchi, figli del Cuore Pulsante, hanno voluto
sconfiggere la morte.
I centri commerciali sono
spuntati uno dopo l’altro, insieme alle banche. A Lanciano hanno
trovato nomi accattivanti : Oasi e Pianeta. La gente passeggia
tra i banchi della merce. Lì passeggia, s’incontra, parla,
s’arrabbia, si deprime, s’innamora, è felice, lavora. Insomma,
vive…
Un’Oasi, per l’appunto: un posto salvifico, che ti ristora, ti riposa
dalla fatica, ti ridà forza. E’ questo, per molti, l’effetto della
sovrabbondanza di merce. Dà sicurezza. Del resto, chi ha impiantato
quei centri commerciali, sapeva che a tantissimi avrebbe donato senso
di sicurezza e conforto. Fresco d’estate e caldo d’inverno. Come non
definirla Oasi?
Così per la passeggiata, rito tipicamente italico: non più il viale
alberato, il corso, no, ma gli scaffali della merce. E per il caffè o
l’aperitivo, non più l’antico bar del centro, ma il caotico bar mordi e
fuggi del centro commerciale.
In Val di Sangro l’antico contandino non è diventato del tutto
metalmeccanico. Non ha lasciata la terra che lo ha visto nascere
contadino. E’ diventato entrambe le cose. Un ibrido che lo sfianca, gli
toglie il respiro vitale, lo rende asociale perché non gli resta il
tempo per gli altri, se non all’interno della fabbrica, quando parla di
calcio e di lavoro con i colleghi. Allora il contadino si prefigura un
Fine. Un obiettivo, per il suo lavorare senza posa, tra il
metallo e la terra. Il nuovo lavoro in fabbrica, quello che sarà pure
dei figli. E il lavoro dei padri che non ha voluto abbandonare.
Entrambi, senza posa, un ciclo continuo che toglie il sonno e il
respiro. Il contadino metalmeccanico vive per l’accumulo della
ricchezza. Si affanna, raddoppia le forze, non cede, è diventato
isterico. Ha bisogno di ostentare. Vuole a ogni costo far percepire
il suo benessere, effetto del suo lavorare a ciclo continuo. Case
che hanno bagni con vasca jacuzzi, automobili, moto, e persino mausolei
per concludere degnamente una Grandiosa Esistenza. Un’ esistenza che ha
lasciato il segno. Un segno visibile ai posteri.
L’antico pudore contadino si è dissolto. E con esso la modestia, la semplicità, la saggezza.
Il contadino della Valle del Sangro vive una vita tra gl’impianti
industriali da cui spesso si sente estraneo. Ne rifugge, diventa
insofferente e quindi assenteista. E’ il richiamo della terra, dell’
adolescenza, quando la Valle della Morte era un giardino. E i tigli
bordeggiavano la statale, e il grano e i frutteti profumavano l’aria…La
malinconia e la nostalgia s’insinua qualche volta nell’animo
dell’abitante la Valle. E spesso ha effetti devastanti. Valium,
si diceva.
Per combattere il senso di frustrazione, di impotenza. Il senso di non ritorno…
Il contadino metalmeccanico vive tra i solchi di maggese, tra i
pescheti che irrora di medicinali perché devono essere di qualità
ottimale, perché la concorrenza fa lo stesso. Vive d’estate tra il
caldo innaturale, asfissiante, della fabbrica e quello diventato
innaturale, esso pure, dei campi di grano dove corre in quella mezza
giornata che gli rimane, perché l’altra metà è già andata via in
fabbrica. Lavoro in fabbrica e poi in campagna. Turno di mattina in
fabbrica e pomeriggio in campagna e viceversa. I ‘metalmezzadri’
li chiama qualcuno dotato di fantasia e di ingegno linguistico. Senza
sapere, forse, che i mezzadri erano altri, tanti anni fa. I loro
nonni, o i padri dei loro nonni, quelli a cui bastava un buon sonno, un
piatto di lasagne e un buon bicchiere di vino per rimettersi in sesto.
Ma qui per metalmezzadro s’intende la
persona che si divide, appunto, tra campagna e fabbrica. Due turni al
giorno. E se si fa il turno di notte, si deve scegliere di
dormire la mattina dopo il lavoro in fabbrica o il pomeriggio dopo
essere stati in campagna la mattina e aver lavorato ininterrottamente
per sedici ore. Spesso si mangia il panino sopra il trattore che ara,
combattendo contro il sonno e la stanchezza. Ogni tanto la notizia di
qualcuno che è rimasto intrappolato sotto il trattore rovesciato.
Oppure di un operaio rimasto senza l’arto per un colpo di sonno durante
il lavoro, questa volta in fabbrica.
La campagna di cui parlo è
quella delle rotonde e ondulate colline che guardano dall’alto
l’ex Valle della Morte, con i casolari circondati dalla terra a
maggese, quella terra una volta di proprietà di gattopardi come i
Marcone, famiglia che ha dato il nome a uno dei quartieri agresti
di Atessa, appunto Montemarcone, in eterno conflitto, questa, con la
‘madrepatria’ Atessa.
Montemarcone, millecinquecento, forse duemila abitanti. Qui abita un
imprenditore che ha portato la squadra locale, il Montemarcone,
s’intende, in C2. Atessa, la’ madrepatria’, è solo in Eccellenza.
La società di calcio della Val di Sangro paga giocatori
professionisti fior di quattrini, centinaia di migliaia di euro. E’
l’effetto ‘valle dell’eden’, unitamente ad altri effetti, quali
solitudine per i figli, nonostante i cellulari ultimo tipo con cui
possono comunicare in tutti modi. E macchine sportive, vestiti
firmati: conseguenza materiale di genitori con turni opposti: per poter
meglio ‘gestire’ la famiglia, dicono!
Alcool nei numerosi e invitanti pub che impazzano nella valle. E sempre
più spesso droga che arriva dalla vicina Puglia. Viaggi notturni per i
figli nei fine settimana verso discoteche lontane centinaia di
chilometri. E veglie distruttive per i genitori reduci da una settimana
di doppio lavoro, e divorati dall’ansia, mitigata dalle solite e
‘benedette’ gocce di
valium…
Figli stupratori. Branchi di ragazzi s’aggirano per Lanciano, diventata
improvvisamente una specie di Gotham City. Stuprano e fanno il
segno della ‘ V’ con la mano sorridenti dalle sbarre del carcere.
Ragazzi violenti, abbandonati a sé stessi. Famiglie benestanti. Figli
di genitori distratti. Oppure iperprotettivi. Questi che stanno
mettendo in ginocchio la scuola in Italia. I media offrono ogni giorno
alla nostra coscienza distratta rapporti squallidi tra professori e
alunni. Avventure da film di terz’ordine. Ragazzi violenti e sfacciati.
Professori sconfitti. Rassegnati e subire il ‘nuovo’ studente
arrogante, sfacciato, impunito, minaccioso…
Sono nato nell’ospedale di Atessa quando ormai le ostetriche (o
allevatrici, come si chiamavano allora) di paese erano al tramonto, ma
almeno servivano a che i documenti riportassero il luogo di nascita del
villaggio in cui si vive.
Atessa ha dato i natali a Domenico Ciampoli, scrittore locale a cui gli
atessani sono affezionati: gli hanno intitolato anche una delle loro
strade in saliscendi.
A Atessa è nato – e qualche volta torna - Giulio Borrelli,
giornalista del TG 1 corrispondente da New York, certo non pittoresco e
curioso come il suo antenato Ruggero Orlando che parlava da ‘Nuova
York’, ma compìto, essenziale, chiaro, didascalico come la maggior
parte di coloro che riportano notizie oggi. Giulio è mite nell’aspetto
e sobrio nell’abbigliamento. Ruggero aveva una voce stentorea, quasi
arrabbiata. Il suo aspetto era ‘non bello’. Si metteva seduto
storto e si muoveva in continuazione mentre parlava sulla sua poltrona
con alle spalle l’Empire State Building. Ruggero aveva nugoli di
imitatori, primo tra tutti l’altrettanto leggendario Alighiero
Noschese.
Borrelli nessuno. Non si può imitare la normalità.
Pochi sanno che Rocco Siffredi, di professione porno star, vanta
origini atessane. All’anagrafe il suo cognome è Rocco Tano. Tano,
cognome tipico di questa cittadina. Non c’e’ dubbio che fra i tre
quest’ultimo sia il più famoso. Attualmente è diventato produttore
cinematografico. Sempre nello stesso settore, ovviamente. La
manovalanza, anche quel tipo di ‘manovalanza’ evidentemente può venire
a noia.
Tra Atessa e Colledimezzo il percorso è impossibile. Tormentato da
curve, tornanti, dossi, discese e salite ripidissime.
Non ce ne accorgevamo, allora, negli anni in cui, adolescente, la
percorrevo, in motorino, in macchina con i miei, o, più raramente, in
macchina con quelli più grandi di me. Allora le curve erano una
componente fisiologica della strada. Come dire l’albero e i rami, il
mare e i pesci, il cielo e le nuvole, Stanlio e Ollio, i lavori
pubblici e le ruberie, il potere e l’abuso di potere. Finchè non hanno
costruito la Fondovalle del Sangro, la trafficata strada a
scorrimento veloce che attraversa l’ Appennino abruzzese
proveniente dalla Campania, quella che ha sostituito la Vecchia
Statale.
La Fondovalle attraversa per un tratto il Molise solitario e ignorato,
persino desolato, in certi luoghi. Ma di certo ecologicamente integro!
Cosa, quest’ultima, che per la stragrande maggioranza di persone,
seppure nel tempo della mutazione climatica, è particolare
insignificante, persino grottesco. Ecologico Molise, un eufemismo per
condire Povero.
La Fondovalle Sangro… questa strada oggi è percorsa da mastodontici
autotreni che spesso hanno provocato morti e feriti. Non sempre per
colpa degli autisti. Questa strada definita a ‘scorrimento
veloce’ è una strada dissestata in molti punti. Si trasforma di nuovo
in Vecchia Statale in un tratto in cui gli autotreni vi deviano. Ma la
Vecchia Statale nel frattempo è diventata troppo stretta, persino
angusta per i Bisonti della strada che corrono, si prendono tutta la
strada, e te li vedi solo all’ultimo momento che ti piombano addosso, a
volte quando ormai è troppo tardi. Quel tratto è peròveloce’ dei
tir. Sulla Vecchia Statale ormai adatta solo alle madri che
spingono i loro passeggini… ormai ‘fisiologico’, fa parte dello
‘scorrimento
Ma la Fondovalle Sangro - essa pure - è
dissestata, cosparsa di buche e avvallamenti entro i quali si formano
pozzanghere. E su queste scivolano e impazziscono le auto che la
percorrono tutti i giorni. Lo chiamano aquaplaning, questo fenomeno.
Negli ultimi anni sono morti tre ragazzi, contro un muro, lo stesso
muro, sulla stessa pozzanghera che mai hanno riparato. Neppure i morti
svegliano la coscienza dei funzionari e dei politici di oggi.
Le strade servono a comunicare. In questi posti l’incomunicabilità con
le istituzioni regna ancora, sovrana…Mancanza di fondi, dicono. Ma i
fondi servono a finanziare altro. Su richiesta di potenti che sanno
come fare, conoscono le strade (quelle sì che le conoscono!) per
ottenere finanziamenti di opere che portano voti, spesso opere inutili,
se non dannose. E le pozzanghere sulla Fondovalle restano, tombe
liquide, le tombe dei tre ragazzi morti contro lo stesso muro. La
Fondovalle è stata costruita malamente, e contiene in sé degli
autentici mostri, come il ponte che grava su Villa Santa Maria,
costruito senza che gli ambientalisti abbiano mosso un solo dito.
Quel ponte ha deturpato un panorama meraviglioso. Colline, lago,
boschi. Sovrastati da questo serpente innalzato su pilastri in cemento
armato. Un serpente, quello della cupidigia di alcuni amministratori
locali, che hanno chiuso gli occhi per non vedere. E li hanno aperti
per incassare tangenti.
E c’e’ un altro ponte, diroccato, a Bomba, quest’ultimo sostituito con
una variante che ha la caratteristica di una curva a gomito,
pericolosa, scivolosa, che ti butta fuori e devi ringraziare il Cielo
se non trovi una macchina in senso opposto. Alcuni non hanno avuto il
privilegio di ringraziare il Cielo.
Dunque, come vi dicevo, ero adolescente quando le curve stavano alla
strada come Stanlio sta a Ollio, i lavori pubblici alle ruberie,
il benessere alla paura di perderlo. Non ci si faceva granchè
caso alle curve, tranne quando a cavallo di uno di quegli asmatici
motorini – Ciao, Califfo, nomi mitici - che allora cominciavano a
pernacchiare per le strade, una di quelle curve non ci sbatteva fuori
strada. Oppure, nel meno sfortunato dei casi, si scivolava sulla ghiaia
lasciata da qualcuno di quei camion carichi di breccina destinata a
fare l’asfalto alle molte strade bianche, altra componente fisiologica
delle strade in quegli anni settanta. Gli anni in cui tutto era
‘storto’, curve, saliscendi, un andare fuori strada, un cadere e poi
rialzarsi, un cadere per poi non rialzarsi più. E le strade
storte erano fiancheggiate da boschi misteriosi e spesso impenetrabili,
popolati da presenze imperscrutabili, che di tanto in tanto uscivano
dalle loro caverne celate e spargevano odio e sangue.
Strade senza indicazioni, strade che portavano alla violenza, alla perdizione.
Strade percorse da una generazione spezzata da una guerra civile che in
Italia s’incrudelisce in quegli anni. Gli anni in cui ero adolescente
ma la politica la dovevi masticare bene, perché tutto allora era
politica, ideologia. Tutto era riconducibile a un ‘Ideale’ politico. A
scuola si parlava di politica, e i tuoi compagni di classe erano
attivisti, avevano una tessera. Di un partito, di un movimento. E i
giornali erano giornali che parlavano quasi esclusivamente di politica.
Era una lotta al Potere da parte dei giornali di Sinistra estrema.
Lotta violenta. Indotta. Odio terrificante tra adolescenti militanti.
Oggi si parla di soldati bambini in Africa. Nei licei e nelle
università di allora c’erano soldati bambini. E i generali erano i
cosiddetti ‘Cattivi maestri’… alcuni di questi sono intellettuali,
parlamentari, giornalisti…
Quella che si combatte negli anni Settanta è una Guerra Civile iniziata
con la guerra partigiana, tra comunisti e fascisti, il sogno di
rivoluzione dei figli dei Partigiani che si trasforma in cieca
violenza, e la risposta dei figli dei Fascisti, non meno cieca. Un
guerra civile tramandata da generazioni. In quel decennio di
stragi, inaugurato a livello planetario da una Olimpiade, il simbolo
della pace e della fratellanza tra i popoli. Monaco ’72 fu l’Olimpiade
dell’Odio e della morte. Atleti israeliani uccisi dai Fedayn
palestinesi.
In quegli anni ero adolescente, dicevo. E avevo la curiosità e la
voglia di capire di un adolescente. Seguivo il telegiornale, leggevo i
quotidiani e i libri di Storia. Leggevo la Storia e mi sembrava di
capire quello che raccontavano in quei giorni degli anni Settanta i
telegiornali.
La curiosità mi fece conoscere ragazzi poco più grandi di me. Potevano
essere i miei fratelli maggiori, quelli che non vogliono che gli stai
sempre dietro, che t’impossessi delle sue cose. Quelli che ti fanno
capire che sei troppo piccolo e stupido per comprendere quello che
facevano loro. Molti di questi erano impegnati
in Politica. E allora la Politica era molto diversa da questa che
vediamo oggi. Questa di oggi è violenta nello stesso modo in cui è
ridicola, martoriata da guitti, gaudenti, intrisa di indolenza e
autocompiacimento.
Pericolosa, ma per motivi diversi da quella
degli anni Settanta. Pericolosa perché questa di oggi semina
indifferenza e disprezzo per essa da parte dei giovani.
Una politica, questa, in cui l’oggetto della politica, l’Uomo, il
suo Divenire, il suo Senso Morale, la Politica per la gente, la
Politica intesa come miglioramento della nostra società, è offesa
da cialtroni che mettono spesso in risalto, senza peraltro
accorgersene, la loro miseria. Pur dediti come sono alla ‘sistemazione’
personale, alla conservazione dei privilegi, a discapito del cittadino
comune. Le loro colpe sono simili a quelle dei terroristi. Questi
ultimi uccidono gli uomini. Il mondo politico degli ultimi trenta anni
è colpevole assassinio della società civile…
Molti dei miei fratelli maggiori impegnati in
politica divennero terroristi. Di destra o di sinistra. Rivoluzionari,
come loro si definivano. O prigionieri politici, come si dichiaravano
al momento in cui venivano presi e incarcerati.
Per fortuna
coloro che conoscevo direttamente ebbero solo il ‘coraggio’ di
dichiarare il loro appoggio ai terroristi. Di essere solidali con loro.
Erano studenti, alcuni di loro erano figli di proletari, che allora ce
n’erano ancora. Erano gli ultimi. Oggi ci sono i ricchi e i
sottoproletari. Ovvero i poveri, quelli che non hanno nulla.
Spesso sono extracomunitari, ma qualche volta sono italiani. E gli
italiani sconfitti, i sottoproletari, ci mettono poco ad abbracciare la
strada, ci mettono poco ad adagiarsi sul marciapiede e di notte
ripararsi dal freddo con i giornali. Barboni. Oggi i pensionati vanno
alle mense dei poveri perché non arrivano a fine mese. Gli anziani
vanno negli ospizi perché i figli non hanno tempo per loro. In
quegli anni ancora tutto questo non succedeva, ma stava per succedere…
I giovani di allora, alcuni di loro, anche proletari o figli di
proletari, erano solidali con chi uccideva altri proletari o
uccideva figli di proletari come loro, solo perché avevano un ideale
politico diverso. Ma si può uccidere per un ideale? Può la politica,
che deve evitare la violenza e sostituirla con il dialogo, essere
violenta? Allora si pensava di sì. Allora anche io pensavo che
sì, si poteva uccidere per un Ideale. Il richiamo della Resistenza,
della sua retorica antifascista, i Partigiani mitizzati nei racconti,
nei romanzi e nei film mi facevano pensare che si poteva uccidere,
sopprimere un’altra vita per giungere a un Ideale. Che il
fascista doveva essere spazzato via, come immondizia. E che il loro non
fosse sangue umano ma veleno. All’indomani della strage di via Acca
Larentia, persino Marcello Trombadori, comunista e partigiano, sulle
colonne dell’Espresso, dichiara ciò:
‘Il loro sangue è sangue umano’. A prescindere dall’orrore che emana un
simile ‘riconoscimento’ una breccia si era aperta, una luce,
nella oscurità di quegli anni Settanta, in cui le strade erano
contorte, i boschi lambivano le strade, abitati da esseri
imperscrutabili, come il generale d’Ambrosio, Junio Valerio Borghese,
entrambi golpisti. E Licio Gelli e la P2, loggia massonica che dirigeva
governi. E il cardinale Marcinkus, Calvi, Sindona, la Banca
Vaticana. La morte di un Papa (Albino Lucani) forse avvelenato. E i
giovani che si massacravano ligi alle parole dei Cattivi Maestri, Toni
Negri, Franco Piperno, Pino Rauti, Adriano Sofri, Sandro
Saccucci…
Le fabbriche non erano queste di oggi. Gli operai non sono più
proletari, quasi nessuno più lo è. La Politica viene spesso
rifuggita, evitata. Si parla del ‘Grande fratello’, di calcio, e
di soldi da vincere nelle lotterie. Alcuni parlano di Berlusconi
dittatore e imbroglione, altri della Sinistra che è uguale alla Destra.
E tutti dicono che i politici sono dei gran figli di puttana.
L’apoteosi del Qualunquismo.
Le guerre e la violenza sono fisiologiche, così come le strade e le
curve di allora, come Stanlio e Ollio, come i lavori pubblici e il
ladrocinio, la politica e la slealtà…
I miei fratelli maggiori – quelli di Sinistra - parlavano sempre di
politica. Erano seriosi, incapaci di ridere forte, nonostante
fossero giovani. Sorridevano, a volte. Un sorriso forzato, quasi una
smorfia. Tutto era serio, per loro. Ragazzi impegnati. Chierici
della politica. Fedeli alle loro idee, ai loro capi. Sapevano
odiare chi non la pensava come loro.
Fascisti, comunisti, anarchici di destra e di sinistra. Questi avevano
un solo nemico: i democristiani al potere, agnostici,
indifferenti, figli dell’imperialismo americano.
I ragazzi impegnati, spesso giovanissimi, sentivano il dovere di
salvare il mondo e di redimerlo. Con la violenza, prima che con la
politica. La violenza e l’odio verso chi non voleva redimere il
mondo, e che anzi il mondo gli stava bene così come era. Questi ultimi
frequentavano discoteche e palestre. Andavano spesso dal barbiere, che
allora cominciava a chiamarsi anche per gli uomini parrucchiere.
Amavano le automobili sportive, erano un po’ play boy e frequentavano
- più per dovere che per Fede - la parrocchia. Questo era il
prototipo del democristiano, non odiato, ma forse peggio: vale a
dire disprezzato, da entrambi ‘i lati’: perché stupidi e
insignificanti. Servi sciocchi. Stupidi e imbelli.
Per i ragazzi di sinistra, gli autonomi, il fascista era differente.
Egli era iscritto al MSI, una specie di copertura, il nuovo PNF,
il Movimento Sociale Italiano. Il Fascista era impegnato
politicamente. Partecipava. Si mobilitava. ‘Sentiva’ la Politica.
Aveva un segretario nazionale abile, istrionico, di grande ascendente,
Giorgio Almirante, ex repubblichino di Salò. Il ragazzo di Destra
sapeva odiare per la Politica, proprio come i ragazzi della
Sinistra.
I comunisti extraparlamentari si riconoscevano in partiti come
Lotta Continua , Potere Operaio. E spesso, troppo spesso, era
proletario il sangue delle vittime, dell’una e dell’altra parte.
Gli anni Settanta sono stati anni di odio politico, di barbarie, di
pistole e di coltelli, di roghi (la morte dei fratelli Mattei a
Primavalle) di prigionie, di ostaggi. La politica che invece della
Democrazia, spargeva sangue e dolore, lutti e vite distrutte.
Ragazzi impegnati. Iscritti a partiti estremi. Extraparlamentari. Quindi senza parole, ma solo grida, quelle delle vittime, e di chi rimasto una vita a piangerle.
Gli impegnati di sinistra si potevano riconoscere
dall’aspetto volutamente trasandato che allora si riteneva fosse
intellettuale, esistenziale. O Proletario, parola magica in quei
tempi in cui il proletariato vero stava sparendo per lasciar posto a
una piccola borghesia paciosa e silenziosa. Molti di questi
ragazzi impegnati si dicevano pronti a gettare molotov
contro un negozio per ricchi, a farsi a pugni con la polizia durante le
manifestazioni contro la guerra del Vietnam, dire ogni sorta di male ai
poliziotti servi dello stato (loro sì proletari, lo riconobbe quel
genio di Pasolini) e a tutti coloro che si riteneva lo fossero, servi
dello stato. Essi si ritenevano alternativi, diversi da quegli insulsi,
gretti servi dell’imperialismo, che votavano democristiano per inerzia,
sorridenti del loro sorriso vuoto, frequentatori di discoteche,
ballerini di disco dance. Fatui esibizionisti del corpo, frequentatori
di palestre. Borghesi piccoli piccoli, come il film con Sordi di quegli
anni. Borghesi piccoli piccoli loro stessi, i ragazzi di sinistra,
molti dei quali, andarono a ingrossare le file del terrorismo di
sinistra. Un esempio: Marco Donat Cattin, figlio del ministro
democristiano, Carlo. Marco è uomo di punta di Prima Linea,
organizzazione terroristica ‘alternativa’ alle Brigate Rosse. Altri
borghesi e altri proletari andarono a costituire organizzazioni
terroristiche di estrema destra, quali Ordine Nuovo, Ordine Nero,
Settembre Nero, la Rosa dei venti…
Formidabili quegli anni dice Mario Capanna, allora leader degli studenti impegnati.
Formidabili, e irripetibili, come tutte le epopee, perché gli anni ’70,
al contrario di quelli che sono seguiti, gli 80, o i ’90, sono stati
anni in cui tutto è accaduto. Come un campo di battaglia desiderato per
venti anni – gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni della tregua -
dai due contendenti. Il Decennio è un’epopea costellata di
avvenimenti memorabili, irripetibili, di personaggi fuori dal
comune, avvenimenti che sarebbe ora si studiassero a scuola, magari al
posto di argomenti storici fuori ormai dall’attenzione degli studenti
di oggi, che si continua a studiare nelle nostre scuole, o a far finta
di farlo, stancamente, noiosamente, portando lo studente a odiare la
Storia. Un esempio? Vorrei andare in controtendenza rispetto alla
patetica riscoperta e valorizzazione della patria che il presidente
della Repubblica Ciampi ha cercato di spolverare durante il suo
settennato. Meno spazio quindi al cosiddetto Risorgimento, dai Moti
fino alla terza guerra d’Indipendenza. Il cosiddetto ‘Risorgimento’è la
prosopopea di una conquista del Sud dell’Italia da parte della
massoneria. Del resto non bisogna spendere molte parole per lo scarso,
se non inesistente amor patrio dell’italiano, sbandierato dagli apologi
del risorgimento prima, dal fascismo dopo, e da Ciampi, che
dimentica che l’italiano si sente tale solo quando gioca la nazionale
di calcio. Per il resto è rimasto un individuo dall’indole anarchica e
menefreghista. Lo dimostra il continuo ladrocinio ai danni dello Stato
perpetrato da moltissimi italiani, nei più svariati modi, nei confronti
di tutto ciò che è Pubblico. Per non parlare dell’evasione delle tasse,
incoraggiata addirittura da un Presidente del Consiglio…
Tornando alla Storia… Il nostro Novecento è da sempre eluso, o relegato
agli ultimi mesi dell’anno scolastico. Da tempo occorre
mettere in evidenza gli anni appunto cruciali dal 1960 a oggi. In
questi quarantacinque anni abbiano vissuto avvenimenti fondamentali, o
mancati avvenimenti, come la riforma della scuola e la sua bocciatura
decretata nel 1971 dalla Organizzazione per la Coooperazione e lo
Sviluppo Economico, la quale testualmente definisce la nostra Scuola:
‘’Arretrata nello studio dei processi di apprendimento, incapace
di preparare i nuovi docenti per la scuola secondaria e per le esigenze
da essa poste. Mentre in tutti i paesi si sono compiuti sforzi cospicui
in materia di revisione dei programmi, di amministrazione e di politica
scolastica, l’azione italiana in questo campo appare di una incoerenza
inquietante.”
Una mazzata.
La scuola italiana bocciata alla stessa stregua di uno dei suoi studenti già trentasei anni fa.
Proprio in quegli anni cominciava la mia avventura scolastica, in una
scuola bocciata che osava bocciare, in una scuola che spesso sbatteva
la porta in faccia a studenti meritevoli. Ma colpevoli di essere a loro
modo ribelli: il film di Muccino, La meglio gioventù,
un capolavoro, mette in evidenza, struggente, la chiusura, l’ottusità,
la rigidezza culturale della scuola italiana, in particolare
l’università, da dove pochi anni prima era iniziata una sorta di
tentativo di scrollarsi di dosso il grigio, lo stantio, la stagnazione
della cultura accademica italiana. Era il famigerato ’68, amato e
vituperato, significativo e insignificante. E così ambiguo…
Gli anni Settanta sono stati l’inizio della
fine, quella che ha portato al trionfo attuale dell’individualismo e
dell’edonismo, che erroneamente si cerca di far coincidere negli anni
’80…
Se si vuole raccontare della società attuale, bisogna iniziare da quegli anni.
Dalle conseguenze, dai postumi di quel Decennio.
Non uccidono ancora oggi le Brigate rosse? Ma chi sono le nuove Brigate
Rosse? Sono veramente nuove? Oppure hanno un legame forte, più forte di
quanto si creda con i modelli di Società dei loro predecessori?
E’ dai Settanta che i giovani hanno cominciato a schierarsi l’un contro
l’altro armati. Nei Sessanta i giovani avevano cantato, le chitarre e i
vestiti colorati. Gli hippy, le comuni, i festival, Woodstock, l’sola
di White, il libero amore, la fratellanza universale, fate l’amore non
la guerra, i fiori nei cannoni…
Pochi anni e muoiono i sogni dei sessantottini: alcuni di questi
passano direttamente dal sogno di un Ideale di fratellanza, all’Incubo
del terrorismo. Ma chi erano i terroristi che dicevano di combattere
per il proletariato? Niente altro che borghesi, figli di papà ben
vestiti, ben curati e ben foraggiati, edonistici, che non rifiutano
certo i prodotti del mondo imperialista che dicono di combattere.
Quegli anni erano gli anni in cui i fiori dei cannoni si mutano
in molotov, i vestiti colorati degli hippy nei loden degli
extraparlamentari, le collane con il simbolo della pace nelle sciarpe,
nei cappucci di assassini senza volto. Il saluto degli indiani
metropolitani si trasforma nel terrorista col braccio teso e la P 38
stretta in pugno pronto a dare la morte. Questi uomini che
combattevano per il proletariato uccidevano proletari…Come
Garibaldi, socialista, che fa fucilare i contadini che reclamano la
terra a loro promessa dall’eroe nazionale.
Questo è successo a Bronte durante il cosiddetto ‘Risorgimento’…
Anni ’Settanta. Anni di piombo, li hanno chiamati, quegli anni. Li
chiamerei anche anni del petrolio. Perché da quegli anni sono iniziate
le guerre del petrolio, meno eclatanti di queste, più subdole, ma già
devastanti. Ricordo, sembra un sogno, le domeniche senza auto,
surreali, oniriche, anche se qui, nella provincia remota (allora ancora
più remota) non vi era un gran traffico, quello che invece era iniziato
in quegli anni nelle città a dispetto della crisi energetica, scoppiata
perché l’Italia era stata inserita dagli arabi nell’elenco dei
paesi ‘cattivi’ in quanto aveva appoggiato gli israeliani contro i
palestinesi. E con i ministri che facevano presagi di sventura, dicendo
che quella crisi sarebbe continuata per un bel pezzo ancora, e che
quelle trovate anticrisi – non c’erano solo le automobili ferme la
domenica, ma anche le luci e i riscaldamenti da spegnere entro un certo
orario: sembrava essere tornati in guerra - erano di gran
lunga insufficienti. Poi si sarebbe scoperta la grande truffa dei
soliti speculatori, tra i quali molti politici. E quel
giornalista, Mino Pecorelli di OP, assassinato perché stava per
rivelare i nomi dei politici eccellenti implicati… Anni di piombo, di
grandi truffe, di assassini, di grandi misteri non ancora risolti. Anni
in cui la strade erano storte e i boschi che le lambivano erano abitati
da mostri… Opposti estremismi, la mafia, i servizi segreti deviati, e
le varie Gladio Rosse o Nere. Le stragi, gli agguati, i rapimenti.
L’Italia terreno di scontro, un campo di battaglia fatto di asfalto
bagnato di sangue. Bossoli e pozze di sangue. Automobili crivellate,
cadaveri crivellati al volante. Sangue inutilmente versato. Oggi i
terroristi delle Brigate Rosse e di Ordine nero pontificano dalle Tv.
Raccontano dalle loro case borghesi, di quegli anni. Dicono,
serenamente, che sbagliarono. Seduti sulle loro poltrone, davanti alle
loro biblioteche fornite. Hanno la mezza età, ora. Molti di loro,
dietro la serenità, hanno l’inferno dentro. Se non lo hanno sono ancora
dei mostri.
Comunque, niente a che fare con Donato Bilancia, un Mostro Vero.
Un Orco assassino. Recentemente è stato intervistato da Bonolis in Tv.
Questa è la nostra televisione, oggi. Una cattiva maestra, forse più
dei cattivi maestri di quegli anni. Una televisione che sbatte il
mostro in prima serata, ci stordisce con i cosiddetti scoop. Ci
assopisce con le diatribe tra personaggi costruiti ad arte (è questa
l’arte oggi) con i reality, con i politici guitti e miserabili. E crea,
come un dio terribile e crudele, altri Mostri.
Pedofili. Stupratori. E teppisti da stadio: questi ultimi, l’ultima
generazione di violenti. E per giunta senza l’alibi dell’Ideale.
Mostri. Allo stato puro. Dicono che dietro ogni curva violenta ci
sia un politico a caccia di voti. Per conservare il suo status di
privilegiato. Un mostro che finge indignazione alla morte di un
poliziotto che cade schiantato dagli ultras, e che poi rifiuta di
introdurre leggi che altre nazioni hanno introdotto per combattere la
nuova violenza giovanile. Nuova strategia della violenza e della
tensione. Alimentata dai politici. Non è cambiato nulla da quegli anni
Settanta.
In illo tempore c’era già il traffico nelle città, c’erano le Sardomobili:
era una pubblicità della televisione (al Primo e unico canale), in cui
si vedevano le automobili a forma di sardine in giro per la città
intasata. Le pubblicità incitavano già da allora il renitente
cittadino italiano a servirsi del mezzi pubblico. Cosa è cambiato
da allora? Gli italiani sono ancora renitenti a prendere i mezzi
pubblici, specie a sud. Intruppati nel traffico come tante sardine, con
le loro utilitarie che però non sono più le seicento e le cinquecento,
le Renault 4 o le Diane di quegli anni, utilitarie vere, quelle… Oggi
le cosiddette utilitarie sono gioiellini costosissimi. Toyota,
Lancia, Smart… oggi come allora non si rinuncia a stare ‘a cavallo’ ,
come monarchi, o capitani di ventura, su 4X4 smisurate, esagerate,
americane, su strade, le nostre, che non sono smisurate come quelle. Da
noi i Centri delle città sono ancora storici, e le stradine
quelle del Medioevo. Vogliono assaltarle, i nuovi ricchi, con i loro
status symbol, le loro volgari espressioni di ricchezza.
Nella triste televisione di oggi una pubblicità su due è per le auto.
Si parla di inquinamento, di ghiacciai che si sciolgono, di clima che
cambia a causa dei veleni che scarichiamo in cielo, imperterriti.
Continuiamo a buttare la nostra immondizia in cielo, in cambio della
distruzione. Lo sappiamo, ce ne stiamo accorgendo. Fà nulla, si va
verso il baratro, l’importante è che ci si vada con l’economia che va a
mille, con le industrie che fanno profitti, con sempre più ricchi che
s’ arricchiscono. Si va verso il baratro.
Fà nulla, si morirà con l’economia che cresce. La Cina ci salverà…
In quegli anni settanta ebbi modo di leggere un saggio di Enrich Boll.
Diceva che nel 2030 sarebbe stato troppo se fossimo sopravvissuti.
Allora mi sembrò una esagerazione. Però Einrich Boll è un grande
filosofo. E forse i fatti gli daranno ragione. Ecco, la Ragione. Oggi
come nel Settecento vi sarebbe bisogno di sovrani illuminati. Ce ne
sono, ma la Luce la tengono per loro. La loro intelligenza è quella che
si chiama anche Furbizia.
In quegli anni, adolescente, seguivo alla tv senza colori, fatti grigi, plumbei,
appunto. Tentativi di colpo di stato da parte di personaggi senza
ideali veri, se non quello del Potere. Seguivo dibattiti politici
di uomini politici che mai avrebbero cambiato le sorti dell’Italia, già
decisa altrove e fuori dai suoi confini. Seguivo storie di uomini e
ragazzi assassinati. Uomini legati, imbavagliati davanti a una
stella a cinque punte, il viso tumefatto, gli occhi traversati dal
terrore (era per questo che li chiamavano terroristi?), occhi
imploranti, stupiti, lucidi di pianto…uomini sacrificati al delirio,
alla pazzia, al nulla…
Oggi tutto è rimasto uguale. I miei occhi
traversati dalla rassegnazione vedono occhi traversati dal terrore. E i
terroristi sono i Fondamentalisti Islamici. Lo fanno per un Ideale, il
loro. La loro terra senza interferenze occidentali. Ma non solo.
Dicono che vorrebbero, come i loro antenati, conquistare
l’occidente. La Mela Rossa, che allora era Roma, è diventato il ricco
Occidente per intero. I nuovi Sultani mandano a morte i loro
giannizzeri con il tritolo nello zaino perché l’Islam trionfi. Anche
qui un’antica guerra che riprende, con mezzi e modalità diversi, ma
riprende. La Storia che si ripete.
Oggi la
televisione ha i colori. E ci sbatte contro, come stracci bagnati di
vetriolo, pozze di sangue di morti ammazzati, esecuzioni sommarie,
pianti di gente disperata, guerre, terrore. Uno spettacolo macabro,
fine a sé stesso, che non smuove le coscienze. Perché tutto è diventato
deja vù. L’indifferenza al posto dell’indignazione. La
Distrazione che segue il Sensazionale, al posto dell’Impegno.
I miei documenti dicono che risiedo da sempre a Colledimezzo in provincia di Chieti.
Ma vivo a Colledimezzo da sempre. Sempre in Abruzzo, dove i monti
innevati e il mare si guardano da vicino, e i tratturi percorsi
dai pastori sono ancora visibili, e scendono verso l’Adriatico Selvaggio, quello di D’Annunzio, oggi quasi interamente ‘civilizzato’ dagli stabilimenti balneari.
Le case, fino a quegli anni, gli anni in cui tutto stava finendo e
tutto è incominciato, erano case in cui sciamavano intere nidiate di
bambini nudi. Erano case povere con le porte sempre aperte, specie in
estate allorché la sera sedevano i vecchi e i giovani, insieme.
Sedevano sulle scale di pietra, sulle sedie di paglia, e
ascoltavano i racconti degli anziani. Storie strane, spesso spaventose,
che raccontavano di streghe vissute nel paese tanti anni prima. E di
morti tornati dall’aldilà, di omicidi impuniti, anime che
vagavano…
Una generazione, la mia, che ha vissuto lo spegnersi della civiltà
contadina, e il sorgere di quella industriale. Una
generazione a cavallo,
come si dice, che ha assistito all’agonia di un mondo scandito da un
tempo lento, da giornate in cui la mattina il pomeriggio e la sera
erano momenti della giornata in cui abitudini, usi, gesti, attimi,
avevano una propria ritualità. Un tempo in cui i ruoli della donna e
dell’uomo erano ben distinti, e i mestieri davano carattere, identità,
personalità agli uomini. E ciò avveniva anche viceversa: erano gli
uomini a caratterizzare un mestiere. Spesso gli uomini, e persino
intere famiglie assumevano come segno di identità il mestiere che
facevano.
Non vi sono più identità, nella civiltà
industriale, o post industriale. E i villaggi di pietra si sono
trasformati in agglomerati di cemento. Le scale dove sedevano giovani
anziani nelle sere d’estate a raccontare storie, sono ormai pietre
cadenti e calcinate dal sole. I villaggi di pietra che rigurgitavano di
vita sono diventati paesi fantasma, o paesi dormitorio. Durante la
settimana si lavora. La sera davanti ai televisori. La domenica
nelle città mercato d’inverno. D’estate al mare. La comunità è sparita.
La gente è sparita.
Un mondo si è dissolto, insieme alle sue storie.
Gli anni ’80 e ’90 saranno ricordati come quelli della caduta delle Ideologie.
Gli anni ’10 del duemila forse come quelli del Nulla.
E’ stato annullato l’ Uomo come ente di pensiero e di riflessione sul
mondo e su sé stesso. L’Uomo che si pone domande sull’Uomo, e che cerca
la Felicità al di fuori del denaro, o della condizione materiale. E’
stato annullato l’Uomo Filosofo. E’ stato rimosso il Dovere alla
riflessione sull’Uomo e sul Mondo. La ricerca del Senso della
vita è stato rimosso, per dar posto alla vita stessa, al vivere senza
la Riflessione. E’ l’istinto e gli istinti che vengono
incoraggiati, il vivere come Pietre del Carso, duri e refrattari al
Pensiero. Sensibili solo al richiamo del corpo e della sua
‘perfezione.’ Allucinati dal miraggio del benessere,
dell’onnipotenza materiale. L’Uomo è ormai sopraffatto, ammaestrato dai
nuovi Cattivi Maestri al disprezzo di ciò che non si comprende. Che non
si conosce. Perché per comprendere e per conoscere si deve Pensare. Si
deve Riflettere. L’Intelligenza mondata dalla furbizia… I nuovi
Cattivi Maestri stanno distruggendo l’Uomo. Lentamente lo stanno
ubriacando con l’acqua di fuoco dei nuovi modelli di vita brillante, esuberante, maleducata, impunita, sfarzosa. E superficiale, sprezzante, qualunquista.
Un Superuomo moderno che vuole rimuovere la Morte. Anzi, la vuole sconfiggere.
L ’Uomo senza più Coscienza…
E come in Farenheit 451, il geniale romanzo di Ray Bradbury, la
coscienza ‘umana’ sarà obliata dalla new economy, dalle borse
finanziarie, dai miraggi del successo televisivo e economico. E
le guerre e gli assassinii si compieranno a nostra insaputa. Perché non
vorremo più conoscere. Ci avranno tolto la Curiosità, ci avranno
ridotti a larve senza intelletto. Finchè l’oblio, l’ignoranza, il
ripudio della Cultura e della Conoscenza saranno condizioni essenziali
per la vera felicità… questo ci faranno credere!
E pochi saranno quelli che riusciranno a fuggire, anzi a rifugiarsi,
per tramandarsi l’ Antica Dignità, il Sapere degli Scrittori, dei Poeti
e dei Filosofi. In un futuro in cui i loro libri saranno
banditi e bruciati, e coloro che li leggono bruciati insieme con i
libri… Quando nelle università, l’ultima facoltà umanistica sarà stata
chiusa da molto, molto tempo….
Farenheit 451, è, a mio giudizio, il libro di un veggente. Il
vigile del fuoco Montag capisce che ciò che lo circonda è menzogna
attraverso i libri banditi in quella società del futuro immaginata dal
veggente Ray Bradbury. I libri venivano bruciati dai pompieri per
ordine del Potere. Montag scoprì che i libri contenevano la
verità e lui prese a leggerli e dovette nascondersi, braccato dal
Potere, nella foresta dove trovò altri che erano dovuti fuggire perché
cercatori bruciati, perché fanno riflettere, rendono liberi e danno
dignità agli uomini.di verità…
Quanti Montag ci saranno in futuro? Quanti avranno il coraggio della Verità?
Camillo Carrea
|
![]() |
I. La Quadrilogia del disumanesimo II. La mia Terra III. La Fondovalle Sangro: la salvezza maledetta IV. Gli anni settanta: un incubo infinito V. Il Coraggio della Verità Home |